Gay & Bisex
Come ho conosciuto Alberto - 1/2
01.06.2026 |
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"Nessuna attesa, nessuna preparazione, nessuna stimolazione, nessuna insalivazione..."
L’atmosfera di Porta Venezia all’ora dell’aperitivo ha quel rumore di sottofondo tutto suo, fatto di tram che sferragliano poco lontano, di bicchieri che si toccano e di gente che, complice il secondo Negroni, si lascia finalmente andare a risate spontanee. È uno di quei momenti in cui Milano sembra rallentare. Uno di quei momenti in cui è più facile fare nuovi incontri.
Sono fuori da un locale con un gruppo di amici. Siamo in otto e facciamo un gran casino come sempre: tutti cercano di parlare sopra gli altri, mani che si agitano, battute volgari, risate continue.
Un bicchiere in una mano, la camicia bianca aperta sul petto, jeans scuri e i miei immancabili stivali texani.
Mi sento bene, rilassato.
Mi accendo una sigaretta e, in quel momento, mi casca l’occhio su un ragazzo che cerca di passare facendosi spazio tra le persone che affollano il marciapiede.
Sembra infastidito dalla gente che si trova sulla sua strada, quasi insofferente.
“Paolo, mi stai ascoltando?” mi chiede Andrea.
“Zero, Andre. Non adesso”
“Cosa stai guardando?”
Fisico asciutto, sportivo. Quel tipo di struttura che gli adolescenti hanno prima di completare la loro trasformazione e diventare uomini. Non particolarmente alto, ma nemmeno basso.
Jeans dritti, sneaker bianche, così pulite da sembrare nuove, felpa leggera color sabbia con il logo ben visibile.
Il modo tipicamente milanese di vestire: roba che costa soldi e quindi va esibita.
E poi il viso. Bello, pulito, molto curato. Un ciuffo di capelli castani, sistemato con una precisione maniacale, tanto da sfidare le leggi della gravità.
È molto giovane, ma non ha più quell’aria incerta da ragazzino. Anzi, a guardare come si muove, sembra davvero sicuro di sé.
I suoi occhi incrociano i miei nello stesso istante. Solo per un secondo. Niente di più che un contatto casuale.
Non rallenta e passa oltre, continuando per la sua strada come niente fosse, e io torno con lo sguardo rivolto ai miei amici, facendo finta di ascoltare Matteo che sta raccontando dell’ennesimo tipo di cui si è innamorato in palestra.
Ma qualcosa mi è rimasto lì. Una specie di piccolo tarlo in testa.
Aspetto qualche secondo e mi giro quasi senza pensarci, così, solo per guardarlo da dietro. Lui si gira nello stesso istante e ci becchiamo di nuovo.
Quando se ne rende conto, ricomincia a camminare, come se fosse stato scoperto a rubare qualcosa.
Sorrido, non senza una punta d’orgoglio. Evidentemente, seppure alla soglia dei trentasei anni, faccio ancora la mia porca figura.
Riporto l’attenzione sul gruppo, bevo un sorso e provo a ignorare la cosa.
Passano altri dieci secondi, forse qualcosa in più. Mi giro ancora e scopro che si è fermato una ventina di metri più in là.
Ha il telefono in mano e finge, abbastanza male, di guardarlo. Ogni tanto alza gli occhi verso di me, poi di nuovo sullo schermo. Come se stesse decidendo qualcosa.
La situazione mi intriga, ma è troppo giovane per pensare di farci qualcosa. Decisamente troppo giovane. Il problema è che questo gioco mi incuriosisce e mi diverte un casino.
Butto fuori il fumo lentamente, continuando a guardarlo. Lui mi osserva senza abbassare subito gli occhi.
Non sta lì per caso. Sa assolutamente quello che sta facendo.
Dopo poco lo vedo tornare indietro con calma, infilando il cellulare nella tasca posteriore dei jeans. Quando mi raggiunge, si ferma appena fuori dal gruppetto e fa un leggero cenno con la testa verso di me.
“Hai da accendere?”
Voce tranquilla, bassa. Più adulta di quanto mi aspettassi.
Tiro fuori l’accendino senza dire nulla e lui si avvicina quel tanto che basta perché possa accendergliela.
Prima che l’odore di sigaretta prenda il sopravvento, riesco a percepire il suo profumo: fresco, costoso, leggermente speziato.
Fa un tiro lento, poi mi guarda fugacemente negli occhi e si allontana, rimanendo però appoggiato con la schiena al muro poco più in là, a circa dieci metri da me.
Continua a guardarmi. Non apertamente. Ma abbastanza da rendere impossibile ignorarlo. E io continuo a giocare.
Andrea segue il mio sguardo e mi lancia un’occhiata divertita.
“Ah, però”
“Non dire niente”
Ride.
Finisco il drink in un sorso e lascio il bicchiere sul tavolino alto vicino all’ingresso. Poi faccio pochi passi verso il ragazzo appoggiato al muro.
Da vicino è persino peggio. O meglio.
Occhi chiari, capelli castani, pelle pulita. Un anello sottile al dito medio e uno al pollice.
E quel fisico giovane sotto la felpa, che si muove con una naturalezza irritante.
“Alla fine l’accendino era solo una scusa”
Lui sorride appena, senza imbarazzo. Con quell’atteggiamento da stronzo viziato che hanno tanti ragazzi ricchi.
“Ma ha funzionato”
“Dipende per cosa”
Fa un tiro lento alla sigaretta, guardandomi in faccia senza fretta.
“Per farti venire qui”
Mi faccio una risata. Quel tipo è troppo avanti.
“Paolo”, gli dico porgendogli la mano.
Lui la guarda per un secondo prima di stringerla. Pelle morbida, stretta sicura.
“Alberto”
Da vicino, noto dettagli che prima mi erano sfuggiti: un piccolo neo sulla guancia, le ciglia lunghe, quasi troppo perfette per essere vere. E quel modo di muoversi che, in realtà, attira l'attenzione più di qualsiasi cosa dica.
Ma soprattutto gli occhi: chiari, intriganti, espressivi. Sono quasi sicuro di aver già visto quegli occhi, come se ci fossimo già incontrati. So che non è possibile perché non avrei certo potuto dimenticarmi di quel ragazzo, ma la sensazione resta.
Ogni tanto il suo sguardo scende. Sul mio petto. Sulle gambe. Sempre un attimo più a lungo di quanto sarebbe educato fare. Non prova nemmeno a nasconderlo. Non sembra minimamente intimidito.
“Quanti anni hai, Alberto?”
“Ventidue”
Lo dice tranquillo, senza cercare di sembrare più grande.
Annuisco appena, nascondendo il tumulto interiore: cazzo, è un bambino, rifletto tra me e me.
“Tu?”
“Trentacinque”
“Troppo sgamato”
Sollevo un sopracciglio.
“Vuoi dire che c’è qualcosa di male nella mia età?”
Ride piano.
“No. Voglio solo dire che ci avevo preso”
Lo guardo per qualche secondo senza rispondere. Mi piace il modo in cui parla. Diretto, ma non aggressivo. Sicuro, senza bisogno di dimostrare niente.
Dietro di noi, i miei amici continuano a ridere e bere; ogni tanto qualcuno mi lancia occhiatine curiose. Alberto segue uno di quegli sguardi e poi torna su di me.
“Sono amici tuoi?”
“Purtroppo sì”. Gli rispondo continuando a fissarlo.
“Sembrano molto … gay”
Scoppio a ridere.
“Peggio: orgogliosamente e sfacciatamente gay. Mi tollerano nonostante le mie tendenze bisex latenti. E poi, detto da uno vestito come un ragazzo di Brera che sembra spendere fortune per la cura della sua pelle, suona un po’ strano”
Sorride di nuovo. Stavolta abbassa gli occhi per un momento, osservando gli stivali a punta sotto i jeans.
“Comunque hai un bel look”
“Grazie”
“Non da milanese standard”
“Intendi non da milanese di buona famiglia come te?”
Lui inclina appena la testa e mi risponde con una punta di irritazione.
“No. Io non sono come quelli”
Quella frase, detta da uno vestito come lui, mi fa davvero ridere. Se ne accorge e qualcosa nel suo sguardo cambia appena. Più incerto, ma più presente.
Una coppia cerca di passare sul marciapiede, così ci spostiamo quasi automaticamente verso il muro per far loro spazio, dandomi l’occasione di avvicinarmi ancora di più a lui. Riesco a sentire il profumo del suo corpo, mischiato all’odore della sigaretta, e, adesso che siamo più vicini, le nostre differenze sono più evidenti. Sono più grosso e decisamente più alto di lui, con le spalle più larghe. Alberto sembra rendersene conto perché arrossisce leggermente.
“Hai una ragazza?” gli chiedo.
“No”
“Un ragazzo?”
“Nemmeno”
Butta la cenere a terra con nonchalance.
“Le relazioni mi annoiano abbastanza in fretta”
“Quindi?” gli chiedo. “Sei venuto in Porta Venezia alla ricerca di un intermezzo per spezzare la noia?”
“Anche. O magari di beccare qualcuno con cui ci stia fare due chiacchiere.
“E io avrei passato il test?”
“Per adesso sì”
Lo dice guardandomi apertamente il petto, poi il viso, poi più giù. Il suo sguardo si ferma ancora per un secondo di troppo sul cavallo dei miei pantaloni, probabilmente perché i jeans leggeri che ho addosso gli suscitano qualche curiosità su ciò che potrebbe esserci lì sotto.
E lo noto. Eccome se lo noto. E noto anche il micro-sorriso che gli compare all’angolo della bocca prima di tornare ai miei occhi.
Mi appoggio al muro accanto a lui e mi aggiusto involontariamente l’uccello riflettendo su quanto possa essere pericoloso un ragazzo così giovane, sicuro di sé e chiaramente disponibile. Farei meglio a lasciarlo perdere, ma non ci riesco.
“Sei sempre così sfacciato?”
“Solo se mi ispira qualcuno”
“E io ti ispiro?”
Silenzio breve.
“Un botto”
Il tempo sembra rallentare davanti a noi in un misto di risate, voci e bicchieri che tintinnano. Alberto butta fuori il fumo lentamente e poi, con la naturalezza di chi sta commentando il meteo, dice: “Non ti gasare, è che io preferisco la gente più grande”
Lo guardo di lato.
Lui continua: “I miei coetanei o ti ammazzano di noia, o sono stra-insicuri e fanno i finti”
“E invece quelli più grandi?”
“Vivono le cose molto più a palla, senza troppi film mentali”
La frase resta sospesa tra noi. Per un attimo non rispondo.
Lui gira appena la testa verso il gruppo dei miei amici.
“Ti ho notato subito lì in mezzo”
“Perché?”
“Ma ti vedi? Tu sei uno a cui piace troppo farsi notare”
Sorrido perché ha ragione.
Poi inclina di nuovo lo sguardo verso di me. Calmo. Diretto.
“E poi perché eri nettamente il più figo di tutti”
Restiamo appoggiati al muro ancora un po’, parlando di cose che, in realtà, nessuno dei due ascolta davvero fino in fondo.
Lui mi racconta di frequentare l’università e di lavorare “più o meno” con suo padre, senza entrare nei dettagli. Io gli dico che faccio il creativo freelance e lui commenta subito: “Ci sta. Hai proprio la faccia di uno che morirebbe in un ufficio”
“Che faccia sarebbe?”
“Quella di uno che fa sempre il cavolo che gli pare”
La cosa fastidiosa è che ci prende ancora. Ma il punto non è quello che dice: è il modo in cui mi guarda mentre parliamo.
Alberto ha quella rara sicurezza dei ragazzi ricchi e molto belli che capiscono presto l’effetto che possono avere sugli altri. Però non è vuoto. È intelligente, attento. Sa leggere le persone, interpretare il linguaggio del loro corpo e tradurre le loro reazioni, tanto da riuscire a insinuarsi senza risultare invadente.
E soprattutto non smette mai di provocare.
Continua ad abbassare lo sguardo sui miei stivali. Oppure sul petto. Oppure più giù, senza nemmeno fingere troppo, così mi sento autorizzato a fare la stessa cosa con lui.
La felpa leggera, sotto la quale sporgono chiaramente i capezzoli duri, gli cade bene addosso, lasciando intuire un fisico tonico e nervoso sotto il tessuto morbido.
Giovane ma non più acerbo.
A differenza del mio corpo, costruito negli anni, lui ha quel tipo di bellezza che quasi irrita per quanto è naturale.
“Quindi giri spesso da queste parti? Mi chiede.
“Abbastanza”. Butto il mozzicone a terra e lo spengo con la punta dello stivale. “Abito qui vicino”
“Ci sta. Allora vale la pena di bazzicare qua in zona”
Lo dice con una naturalezza assurda. Nessuna esitazione. Nessuna inflessione da ragazzino imbarazzato.
Ed è quello che mi frega. Perché in lui rivedo qualcosa che conosco bene di me stesso. Quel gusto per la tensione. Per il rischio leggero. Per la trasgressione. Ma lui è molto più giovane di quanto fossi io quando ho iniziato a vivere la vita a modo mio. Troppo, troppo giovane.
Quasi che stesse leggendo i miei pensieri, si gira appena, dando la schiena alla gente, e mi tocca piano l’uccello. Un tocco leggero, ma che nasconde un significato profondo.
“Giusto per la cronaca, non saresti manco il primo”
Forse è proprio questa dichiarazione che mi dà l’alibi per uscire da questa situazione di stallo. Anche perché si è reso conto anche lui che ho il cazzo barzotto. Me lo sto accarezzando da troppo tempo, con la mano infilata nella tasca, e ormai temo di non riuscire più a tenerlo sotto controllo.
“Casa mia è qui vicino”, gli dico, per capire fin dove è disposto a spingersi. “Se ti va, te la faccio vedere”
Ride piano.
“E i tuoi amici?”
“Sono sicuro che capiranno”
Alza lo sguardo e mi fissa negli occhi, sorridendo.
“Sì, mi piacerebbe vedere dove vivi”
La decisione è presa. Mi allontano da lui e torno verso il gruppo. Alberto resta dov’è, con le mani nelle tasche dei jeans, osservandomi con calma.
Il telefono vibra all’improvviso. Guardo lo schermo e vedo che quella bestia del mio coinquilino mi sta cercando, ma non è proprio il momento e quindi rifiuto la chiamata.
Andrea mi vede arrivare e attacca subito con la sua solita ironia.
“Aaahhh. Eccolo”
“Stai buono”
“Come si chiama il tuo fidanzatino?”
“Non è il mio fidanzatino”
“Ancora no”, interviene Matteo ridendo.
Scuoto la testa sorridendo, mentre prendo la giacca dalla sedia.
“Io vado”, dico loro velocemente.
Andrea guarda oltre la mia spalla, verso Alberto.
“Certo che vai. Posso venire anch’io?”
“Siete insopportabili”
“Paolo,” fa Matteo con un sorriso largo, “guarda che quello ti mangia vivo”
Rido, lanciandogli uno sguardo d’intesa.
“Spero che tu abbia ragione e, se così fosse, … che il banchetto abbia inizio”
Fabio si mette una mano sul petto in modo teatrale: “Udite, udite. Paolo che abbandona l’aperitivo per un twink”
“Vaffanculo”
“Domani vogliamo i dettagli!” aggiunge un altro.
“Morirete senza”
Vedo Alberto che guarda me e quegli idioti sorridendo. Sembra divertito.
Sono impaziente di andarmene con lui, ma poi torno indietro, sbuffando, per prendere al volo il pacchetto di sigarette che stavo dimenticando sul tavolino.
“Ciao, troie”
Mi apro un varco tra la gente verso Alberto per riuscire a portarmelo via.
“Usa una protezione!” urla qualcuno.
Mi giro un’ultima volta verso di loro. Giusto il tempo necessario per alzare le braccia e mostrare il dito medio con entrambe le mani. Poi, finalmente, vado da Alberto, mentre il mio gruppo esplode in altre risate, fischi e battute alle nostre spalle.
Lui è lì che mi aspetta.
“Allora. Si va?", chiede.
“Certo, casa mia è a pochi minuti”
Mentre camminiamo, gli metto un braccio sulle spalle, lo tiro a me e gli chiedo: “Solo per sapere, hai qualcuno che ti aspetta da qualche parte?”
La risposta arriva immediatamente, accompagnata da un sorriso.
“No, nessuno”
Poi aggiunge, guardandomi appena di lato: “E tu?”
Sorrido a mia volta, pensando alla chiamata che ho rifiutato pochi minuti fa.
“Non stasera. La casa è libera e tutta per noi”
“Perfetto”
E il modo in cui lo dice, stringendosi ancora più a me, mi fa venire voglia di accelerare il passo.
Quando entriamo in casa, Alberto si guarda rapidamente intorno senza commentare, poi si volta verso di me, come se fosse in attesa di una mia mossa.
Per la prima volta provo quasi un senso di imbarazzo, realizzando solo in quel momento che non so bene come approcciare un ragazzo così giovane. Con partner più adulti sono stato istintivamente impulsivo e dominante, oppure caldo e passionale. Ma non riesco a gestire la nostra differenza d’età, così adotto un approccio diverso, più morbido.
Gli stringo leggermente le mani sul collo, abbasso la testa e sfioro la sua bocca e lui ricambia subito.
Cazzo, bacia pure bene.
Mentre le nostre lingue si intrecciano, la sua mano va subito sulla patta dei miei jeans e, sentendo la mazza dura sotto la stoffa, fa scorrere il pollice e l’indice lungo l’asta per saggiarne sia la consistenza che le dimensioni. Poi si stacca guardandomi negli occhi, ma la sua mano resta lì, appoggiata sul mio bigolo duro.
“Diciamo che prima non te l'ho raccontata giusta. Non sono mica venuto qui per vedere dove vivi.”
Quella sfacciataggine mi intriga ma, al tempo stesso, comincia a starmi sulle palle perché sembra che lui sia sempre un passo avanti a me.
Ci manca solo un ragazzino arrogante che viene a casa mia a pretendere di guidare il gioco.
Così, cambio subito atteggiamento. Mi apro la cintura e sbottono i jeans lasciando finalmente il mio uccello libero di volare in alto. Duro, venato, nodoso. Riceve sempre grandi apprezzamenti e sono piuttosto orgoglioso di lui.
“Va bene, ragazzo, dimostrami quanto pensi di meritartelo”
Spingo il bacino in avanti, mentre gli metto una mano sulla nuca per tirarlo giù, senza più tante storie, verso il mio pube.
Alberto si inginocchia rapidamente e se lo mette in bocca senza perdere altro tempo.
Nessuna attesa, nessuna preparazione, nessuna stimolazione, nessuna insalivazione.
Voglia pura!
Succhia con impegno, aiutato dai leggeri movimenti del mio bacino, ma manca completamente di tecnica o, forse, più semplicemente, di esperienza.
Non so perché, forse con l’intento di fargli capire chi comanda, gli do uno schiaffo sulla guancia. Ma non uno schiaffetto: involontariamente mi scappa uno schiaffo piuttosto forte.
Alberto si blocca. Immobile, gli occhi su di me e il mio cazzo nella bocca e per un secondo si trasforma nel ragazzo spaesato e insicuro che dovrebbe essere.
Ma è solo un secondo, perché subito dopo i suoi occhi chiari riacquistano la luce di sfida che ormai conosco.
Lo schiaffeggio di nuovo e ogni volta che lo faccio, vedo che si eccita ancora di più.
Lascia che lo scopi in bocca per bene, nonostante rischi di strozzarsi e tossisca a più riprese.
“Probabilmente sei abituato ai cazzetti dei tuoi coetanei. Devi ancora imparare come si gestisce quello di un uomo”
Un paio di volte tento di infilarglielo fino in fondo, ma non ce la fa a prenderlo tutto, costringendomi a desistere per evitare conseguenze spiacevoli.
Gli do il tempo di riprendere fiato facendo scorrere la cappella sulla sua faccia, ma all’improvviso tira fuori il cellulare dalla tasca posteriore dei jeans, se lo sistema davanti al viso e si mette in posa tirando fuori la lingua verso il mio grosso e durissimo uccello.
Ancora una volta rimango senza parole.
“Che cazzo stai facendo?”
“Solo un video ricordo, giuro. Non ti preoccupare, rimane tra noi”
È a quel punto che mi rendo conto che probabilmente sto facendo una cazzata delle mie, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Sento montare in me una strana rabbia e decido quindi di prendere in mano la situazione.
Da adesso in poi, si farà come dico io.
Gli strappo il cellulare dalle mani, lo spengo e lo appoggio sulla mensola accanto a me.
“Non finirò su qualche sito porno o social del cazzo, solo per soddisfare il tuo bisogno di protagonismo”
Lo tiro su, sposto velocemente il tavolino con un piede e lo sbatto sul divano, cercando di controllare la rabbia.
Gli slaccio le sneakers, lanciandole lontano insieme alle calze, poi i jeans e i boxer firmati, infine la felpa leggera.
Alberto mi segue con gli occhi, forse sorpreso da questa improvvisa accelerazione degli eventi. Ma non è spaventato. Anzi, adesso che è nudo come un verme il suo pisello eretto dimostra quanto è eccitato.
Lo prendo per le gambe, facendo scivolare la sua schiena sul cuscino fino al bracciolo del divano.
“Apri le gambe, stronzetto, voglio vedere quanto sei largo”
Ha anche un bel culo. Due chiappe sode, piene e rotonde, tipiche dei ventenni.
Gli accarezzo l’ano, ci sputo sopra e lo infilzo con un dito. È già stato rotto, ma finora deve aver visto solo cose di piccole dimensioni. Così cerco di prepararlo velocemente, con le dita bagnate di saliva. Poi gli infilo un altro dito, continuando a lavorarlo per allargarlo.
Alberto non si lamenta. Anzi, i versi che emette sono più legati all’impazienza.
“Ooh … sì … è bellissimo … aprimi”
Non ci perdo troppo tempo. Questa troietta mi ha già detto di non essere vergine. E poi, a furia di girarci intorno, me l’ha fatto diventare duro come l’acciaio e la mia pazienza è arrivata al limite.
“Sei pronto?”
“Si”
“Lo vuoi”
“Assolutamente si, ma … usa il preservativo”
In quel momento sento il mondo cascarmi addosso e mi blocco all'improvviso.
“Merda” esclamo rialzandomi. “Li ho finiti”
Ultimamente non ne ho avuto un gran bisogno e ho completamente dimenticato di ripristinare la scorta.
Mi tiro su i jeans senza nemmeno allacciarli e comincio a camminare in tondo in preda alla disperazione, passandomi nervosamente la mano sul viso e tra i capelli, rassegnato al fatto che quell’uccello duro che spara dai miei pantaloni non avrebbe né avuto né dato soddisfazione a nessuno dei due.
“Rivestiti e vattene”, gli dico senza guardarlo. Sono frustrato e incazzato con me stesso.
Ma Alberto ha la soluzione in tasca. Nel vero senso della parola.
“Nei miei jeans”, mi dice, indicando con un cenno della testa i suoi pantaloni che avevo buttato lì per terra.
Infilo la mano nelle tasche come una furia finché non lo trovo. Il cuore accelera.
Lo apro, mi abbasso di nuovo i jeans e lo srotolo sull’asta tesa allo spasimo. Quando vedo Alberto rimettersi in posizione aprendo le gambe, mi rendo conto di aver riacquistato anche il controllo su di me.
Pianto saldamente a terra i miei fedeli stivali, gli tiro su le gambe, prendendolo per le caviglie con entrambe le mani, mi allineo, piegando leggermente le ginocchia, appoggio la punta sull’entrata e comincio a spingere, implacabile, forzando il suo posteriore.
Alberto spalanca gli occhi, apre la bocca e il respiro gli si blocca per un momento mentre mi faccio spazio dentro di lui. Poi comincia a lamentarsi.
“Ahia!!! … fai piano… fa male!”
È ancora troppo stretto, quindi entro poco per volta, fermandomi ogni tanto per farlo abituare. Il dolore non durerà per sempre e ho tutte le intenzioni di fare in modo che, a breve, venga ripagato per le sue sofferenze.
“Lo so che fa male. Quello che ti sta aprendo il culo non è certo il cazzetto di uno dei tuoi compagni di scuola. Resisti, rilassati, spingi in fuori e vedrai che tra poco comincerai a divertirti e mi implorerai di non smettere”
Fine della prima parte
Porta Venezia aperitivo sigaretta twink jeans e stivali incontro casuale differenza età invitare a casa
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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